Cos’è Blade Runner 2049 (livello principianti)

Ogni volta che leggo o sento il titolo Blade Runner penso che sia una delle cose più belle partorite dalla mente umana. Guardate come poggia bene: Blade da una parte, e Runner dall’altra. È come se ci fosse uno scivolo sul Bl- di Blade e poi una rampa di lancio nella doppia N di RunnerBlade Runner. Si configura già, senza neanche tradurlo, come la discesa negli inferi di un mondo tetro e umido e il paradisiaco riscatto che soltanto la migliore fantascienza distopica sa offrire. Il titolo mi aveva conquistato ancora prima del film, e così per buona parte del liceo mi spacciai per grande cinefilo usando quelle due parole bellissime.

«Sei cinefilo? Wow! E cosa hai visto ieri?».

«Blade Runner».

Mi sembrava un lasciapassare eccezionale per l’Olimpo della Gente che Ne Sa (che poi, con quelle tre iniziali maiuscole la Gente che Ne Sa può anche sembrare una categoria di umani da Ma gli androidi sognano pecore elettriche?).

Il lasciapassare per l'Olimpo della Gente che Ne Sa
Il lasciapassare per l’Olimpo della Gente che Ne Sa

Poi, una sera, stanco di fingere l’amore spropositato per un film che non avevo mai visto (l’agnello sacrificale, a quel punto, sarebbe diventato Il Padrino), decisi di guardarlo. Inutile a dirsi, lo amai profondamente. Amai l’impressionante piramide della Tyrell Corporation, i sintetizzatori di Vangelis che attraversavano la pioggia acida di questa Los Angeles datata 2019. Amai il giubbotto di Deckard, i sacchetti dell’immondizia da cui emerge lo sguardo perso nel vuoto e innocente di Priss, le labbra di Rachel, gli occhiali di Tyrell, la pelle di serpente, i fumi delle fritture, le enormi pubblicità in cui le geishe giapponesi vendevano ora Coca Cola, ora sigarette.

Tutto questo per dirvi che Blade Runner per me è ontologicamente sacro. Al pari di una divinità, cominciai ad adorarlo senza neanche averlo visto, e quella fede non poté far altro che essere confermata dalla sua epifania. Era un’opera d’arte già completa, perfetta. Come il David di Michelangelo, come Layla dei Derek & the Dominos, come La Guernica di Picasso.

Domanda: chi è che vorrebbe rifare il naso al David di Michelangelo? A qualcuno è mai venuto in mente di dipingere il sequel de La Guernica? Conoscete qualcuno con il coraggio di registrare Layla, Pt. 2? Se la risposta a una sola di queste domande è Sì, fermateli come io avrei voluto fermare il regista di Blade Runner 2049 il giorno in cui lessi che Ridley Scott era in trattative per un sequel.

Prima cosa: con questa recensione non voglio essere tacciato di snobismo. Sono uno a cui piace sperimentare e mi piace ancora di più quando assisto alla sperimentazione altrui. Non sono un conservatore, anzi: vi parla uno che adora i Replacements perché volevano (ed erano in grado di) dissacrare tutto.

Seconda cosa: vi prego di non attaccare con quella storia del «Per essere un sequel è fatto bene», perché quando lo dite sembra vi giustifichiate con voi stessi, della serie «Dai, per essere un menomato è intelligente».

Ho attraversato tre evoluzioni prima di entrare al cinema, lunedì sera. La prima, più o meno un annetto fa, in cui mi promisi di non andare a vedere il film, perché lo schema sarebbe stato sempre lo stesso: riabilitare il nome Blade Runner mettendo come protagonista principale un figaccione smuovifregna come Ryan Gosling nel ruolo che fu di Harrison Ford, mentre quest’ultimo s’impegnava a firmare un contratto che ne sanciva la morte nel finale, esattamente come è successo in Star Wars: Episodio VII ed esattamente come accadrà in Indiana Jones V. Quale miglior modo per gettare le basi per una trilogia (e qui, al pensiero di Blade Runner trasformato in saga, venivo costantemente a mancare) che continuerà a camminare sulle gambe del giovane Gosling in caso di morte di Harrison Ford?

La seconda fase è arrivata più o meno tra aprile e maggio di quest’anno: da facile preda del marketing quale sono, quel trailer con Ryan Gosling sperduto in un fosco deserto rosso fece il suo dovere. Segnai Blade Runner 2049 tra i film che avrei visto in questo lungo 2017. Chissà, pensavo. Magari riescono a fare qualcosa di bello e completamente scisso dall’opera sacra.

Terza fase, che per comodità chiameremo «Quel gran genio del mio amico». Perché ci colpa lui, una delle persone più esigenti in fatto di cinema, stranamente in grado di rivalutare il film più brutto della storia facendo leva su una scemenza tipo «i suoni scoppiettanti» e criticare cose riuscitissime (The Departed) perché «è pieno di battutine tra poliziotti e i poliziotti non si fanno battutine». Ora, se uno così esigente vi dicesse che Blade Runner 2049 è «il più bel film di fantascienza degli ultimi vent’anni», voi un’occasione non gliela dareste?

Ma sì, diamogliela. L’ho fatto dopo tre settimane piene di film in sala. Lo stavo quasi per perdere, ma poi ho iniziato a leggere Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, e sapere che in sala davano un film che in qualche modo si ricollegava al romanzo mi gasava tremendamente. «Chissà», anche qui. «Magari approfondiranno uno dei mille temi che Philip Dick aveva inserito nel libro e Ridley Scott non aveva potuto utilizzare in Blade Runner».

Ryan Gosling and giant hologram in Blade Runner 2049
K e le maxipubblicità di Ghost in the Shell

E invece no. L’intelligenza artificiale, l’integrazione uomo-androide, la domanda Ma gli androidi sfornano bambini elettrici? (ed eventualmente spiegateci come fanno), il rapporto Creato-Creatore, è tutto accennato e lasciato sullo sfondo. Sulla scena, invece, abbiamo (in ordine): Drax il distruttore dei Guardiani della galassia, un agente di polizia dichiaratamente replicante che «ritira» vecchi modelli dei suoi simili indossando lunghi giubbotti di pelle e ascoltando Frank Sinatra perché così fanno i detective con le palle; un cattivissimo Jared Leto (che cosa fa di cattivo, e perché va fermato se vuole ottenere la stessa cosa che vogliono ottenere i replicanti «buoni»?) isolato nella sua fortezza a metà tra la vecchia Tyrell Corporation e il set dello spot di J’adore, le new perfume de Christian Dior; Luv, una cattivissima Sylvia Hoeks che a me però ha ricordato per tutto il tempo Katinka (Milla Jovovich) che protegge Mugatu in Zoolander; le maxipubblicità di Blade Runner, trasformate però nelle maxipubblicità interattive e camminanti del live action di Ghost in the Shell; una replicante mezza prostituta con i capelli biondi pisciati e lo sguardo perso e innocente (vabbé, dai, sarà il nuovo modello Nexus di Priss); uno scontro finale sotto la pioggia; un replicante che muore, ma stavolta sotto la neve.

Ho dimenticato qualcosa?

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Dunkacca

Sono giorni che leggo o sento dire che Dunkirk, l’ultima fatica del grande, irreprensibile Christopher Nolan (cosa che penso sul serio, attenzione), è “la vera guerra”.

La guerra com’è sul serio, senza fazioni, eroi per cui parteggiare, storie d’amore o colonne sonore strappalacrime. Al loro posto, solo rumore, ansia, sabbia, esplosioni, l’angosciante sirena degli Stuka in picchiata, le corse, la fuga, gli spari di un nemico invisibile.

Tutte cose bellissime anche da scrivere, se ci fosse una trama. Lo so che nel 2017 chiedere una storia a un film che vuole arrivare agli Oscar è tanto (e tempo fa io e i Baconchi ci facemmo anche un video su), ma il minimo sindacale da Nolan, uno che è stato in grado di creare la più bella trilogia su Batman che mai essere umano potrà girare, MementoThe PrestigeInceptionInsomnia, io lo esigo.

Senza trama Dunkirk è una serie di scene bellissime che potrebbero funzionare anche in un altro contesto.

Vogliamo fare un esempio? E facciamolo.

Siete pronti?

La cacca.

Sì, la cacca. No, non è una provocazione. È la verità.

La prima foto sul set di Dunkacca (2018)
La prima foto sul set di Dunkacca (2018)

Chi non si è mai ritrovato in quella situazione di vita o di morte in cui ti scappa e devi trovare il bagno più vicino? Sudate freddo, perché magari vi trovate circondati da gente e proprio non ce la fate più. Improvvisamente non ci sono più fazioni, eroi per cui parteggiare o storie d’amore che reggano.

Al loro posto solo rumore, ansia, sabbia, esplosioni (nel vostro intestino), l’angosciante sirena dello Stukacessi in picchiata, le corse, la fuga, i peti di un nemico invisibile. E la colonna sonora di Hans Zimmer sempre lì, a scandire passo dopo passo la vostra ricerca di un bagno, non necessariamente pulito.

E allora voglio girarlo, questo film. Solo un uomo e il suo bisogno impellente, senza quel fronzolo inutile della trama. Lo chiamerò Dunkacca, e quando mi si dirà che “da me si aspettavano di più”, risponderò che “Quella è la cacca. La vera cacca”.

David Bowie: “Palermo ha ispirato il mio nuovo disco”

di Tancredi Bua

D'Hope and Romance
La copertina di D’Hope and Romance, il disco di Bowie in uscita a fine primavera

«Non respiravo un’aria come quella palermitana da quando misi piede a Berlino, nel ’76 – ha spiegato la notte scorsa David Bowie, ai microfoni di BBC Radio 1 – , eppure sono posti completamente diversi. C’è un che di post-apocalittico anche lì, ma qui non c’è ombra di metropolitane. Ha a che fare con l’atmosfera: a Palermo ho avvertito quella stessa aria che ispirò Low e Heroes». Oggetto della discussione con il dj Jordan Suckley è stato il capoluogo siciliano, che Bowie ha visitato nel 2008, accompagnando Lou Reed durante le riprese di Palermo Shooting. «Vado spesso lì, in vacanza – ha aggiunto il musicista inglese – , in incognito, cercando di non farmi riconoscere. Quando ho visto il muro che hanno costruito ieri, alla Vucciria, non ho avuto esitazioni: il mio prossimo disco sarà registrato a Palermo». Il mercato a cielo aperto della Vucciria, antichissimo monumento sociale del capoluogo siciliano, si snoda tra le piazze Caracciolo e del Garraffello, collegate tra di loro da via Argenteria. Scesa la prima serata, quello che di giorno è stato un collage di bancarelle di frutta, pesce e carne si trasforma nel set fumoso di Blade Runner, e i palazzi diroccati prendono le sagome degli scenari di 1997: fuga da New York. Mercoledì notte, uno di quegli edifici in rovina è crollato su piazza del Garraffello. In qualsiasi altra città del mondo, la messa in sicurezza delle palazzine adiacenti sarebbe scattata dopo un paio d’ore. Non a Palermo. «Loro hanno preferito alzare un muro, dimenticare che quella porzione di città esiste – ha continuato Bowie – , e il Novecento bussa continuamente alle porte della storia: dopo Berlino, un muro non è più soltanto un muro. Porta con sé una valigia di significati che difficilmente viene messa da parte. Quando l’ho visto, ho immediatamente pensato a una nuova canzone. Mi frullava in testa da tanto tempo, ma le mancava qualcosa, che ho colto negli sguardi di Palermo». “I–I can remember/standing by the wall/where the hands built upon our heads – canta Bowie, riprendendo i versi di Heroes, nella demo di Garräffel Platz, già disponibile sull’account SoundCloud dell’artista inglese – and history repeats itself/A new West, a new East/Where once was light, it’s ash and ruins/Where once was joy, it’s dust and brewing”. Nel revival della trilogia berlinese, trova di nuovo posto Brian Eno, che a fine anni settanta era stato il tecnico del suono e il produttore artistico di Bowie. «In D’Hope and Romance (questo il titolo del disco, ndr.), io e Brian siamo tornati a lavorare insieme – ha raccontato Bowie, quando Suckley gli ha chiesto quali fossero i suoi piani – . Dopo Garräffel Platz, ci siamo dedicati a Wučjrya, uno strumentale canto funebre dedicato al panorama che avevamo visto». Alla produzione, insieme a Eno, il palermitano Fabio Rizzo, con la sua 800A Records. «Abbiamo firmato un accordo con la Columbia – spiega Rizzo, entusiasta – . D’Hope and Romance farà parte del nuovo catalogo 800A in vinile. Io sono entusiasta, ma avreste dovuto vedere Bowie quando ha ascoltato qualcosa da Musica Manifesta 1.0». Sempre nell’intervista con Suckley, l’artista ha spiegato che il titolo è nato «da un gioco di parole tra siciliano e inglese. Una delle prime parole che ho sentito pronunciare in siciliano è stata “Ruoppurumani”. Tradotto in inglese, significa “The next next day”. Detto così, sembra il seguito naturale del mio ultimo disco. In realtà, non ho scelto questo titolo per una qualche parentela. L’idea è basata sulla semplice assonanza tra Ruoppurumani e D’Hope and Romance. Pronunciateli velocemente. D’Hope and Romance, Ruoppurumani, D’Hope and Romance, Ruoppurumani, D’Hope and Romance, Ruoppurumani… Speranza e romanticismo sottolineano l’identità siciliana – anzi, palermitana – dell’intero progetto».

Top 5 della settimana: meglio dell’originale

Fino ad un paio di anni fa, quando un gruppo entrava nel mio radar, le cover erano la prima cosa che decidevo di ascoltare. L’inascoltabile Foxey Lady dei Cure, The House of the Rising Sun rilavorata e strapompata da Jimi Hendrix (“Hey! Io sì che so suonare la chitarra! Non ci credete? In quanti saprebbero fare un assolo di dodici minuti su un pezzo che ne durava originariamente quattro, eh? Eh?”), i mille fraudolenti saccheggi sul catalogo Beatles (dagli Oasis agli U2, dai Carpenters ai Deep Purple), fino ai Placebo che giocano a rifare i Pixies di Where Is My Mind? o il Syd Barrett di Dark Globe. Due anni dopo, non so esattamente perché ma odio le cover: un esempio su tutti? Prendete For No One dei Beatles – un’essenziale lettera d’amore e addio – e la sua versione per bifolchi innamorati cantata da Emmylou Harris in Pieces of the Sky. In questo astio generale, ci sono alcune eccezioni–poche, ma buone. Si tratta di quei pezzi che gli artisti sono riusciti ad adattare non solo al loro stile ma anche alla loro personalità, sino a rendere impossibile capire quale sia l’originale e quale la cover (Never Gonna Give You Up, dei Black Keys, è talmente a suo agio dentro Brothers che sembrava un loro pezzo). Rileggendo la classifica, meritava un posto anche Hey Jude rifatta da Wilson Pickett (assolo a firma di un certo Duane Allman) e Rocket Man dei My Morning Jacket, ma i posti, in fin dei conti, sono soltanto cinque.

BBC Sessions5. Travelling Riverside Blues – Led Zeppelin: nel lotto di blues tradizionali che alla fine degli anni sessanta vennero ripescati e aggiornati alle nuove sonorità hard rock/blues-rock, il nome di Robert Johnson torna prepotentemente (Crossroads dei Cream,  Love in Vain degli Stones,  Ramblin’ on My Mind dei Bluesbreakers). I Led Zeppelin però, che non erano certamente nuovi alle riproposizioni di standard blues, sono al loro solito un gradino più su della media, e la loro versione di Travelling Riverside Blues potrebbe tranquillamente essere scambiata per un out-take da Led Zeppelin II–c’è tutto quello che normalmente ci sarebbe in quell’album. Dalla poderosa sezione ritmica di Bonham e Jones all’aggressivo arpeggio in slide di Page alla rabbia cristallina nella voce di Plant.

Sid Sings4. My Way – Sid Vicious: dieci anni dopo la sua uscita, My Way non è più la confessione rassegnata di un uomo senza rimpianti e in punto di morte. Sid Vicious mette le mani su un classico del pop e ci stampa su una linguaccia. Le parole sono ancora quelle, ma adesso sono il testamento di una vita in bilico tra un eccesso e l’altro: addio arrangiamento orchestrale, benvenute distorsione e rabbia punk.

CSN [Box Set]3. Blackbird – Crosby, Stills & Nash: ciò che portò realmente al successo il trio formato da David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash furono le perfette armonizzazioni vocali che dominavano il loro album di debutto (così come il successivo Déjà Vu). Arrivati al primo concerto dal vivo (Woodstock, che non è certo come esordire al pub sotto casa),  Crosby, Stills & Nash decidono di puntare proprio sulle loro voci per conquistare il pubblico, e subito dopo Suite: Judy Blue Eyes si lanciano in un appassionato rifacimento di Blackbird: rimasta inedita fino al 1991, basta arrivare al ventesimo secondo di questa versione per capire perché superi quella dei Beatles.

Grace2. Hallelujah – Jeff Buckley: la versione di Leonard Cohen aveva un difetto principale–non c’era sincerità. Era una canzone con un grandissimo testo, eppure appesantita dall’arrangiamento gospel e dalla strumentazione tipicamente anni ottanta. L’operazione di recupero di Buckley non intacca minimamente l’aura sacra del pezzo; la sua voce limpida, dolce (mai melensa) eleva a qualcosa di molto superiore l’originale di Cohen, enfatizzando quei pezzi del testo (“But all I ever learned from love was how to shoot somebody who outdrew ya”) che il registro basso dell’autore originario lasciavano in secondo piano. Lo stesso dicasi per l’arrangiamento ricercato ma essenziale–Buckley trasforma Hallelujah in una confessione sul lato più oscuro dell’amore, senza dovere ricorrere ai giochetti à la Cure e R.E.M.

ElephantBrothers1. I Just Don’t Know What to Do with Myself – The White Stripes & Never Gonna Give You Up – The Black Keys: parlano tutte e due della fine di un amore (con risvolti diversi), derivano entrambe da pezzi soul (Burt Bacharach e Jerry Butler, rispettivamente) e ambedue riacquistano linfa vitale nella nuova veste garage rock di White Stripes e Black Keys. È il caso di due pezzi il cui potenziale era stato sepolto dietro gli arrangiamenti stucchevoli tipicamente anni sessanta (orchestra e sezioni di fiati). Quella che Jack White e Dan Auerbach conducono è un’operazione simile a quella di Buckley con Hallelujah, ma là dove il cantante di Anaheim immerge il pezzo nella sincerità con un nuovo arrangiamento velato di malinconia, White e Auerbach marchiano a fuoco le loro cover con una grintosa rabbia blues: chitarre distorte, accordi stoppati e linee di basso fuzzose a rimpiazzare le superflue sezioni di fiati, la batteria cavernosa di Carney e quella in climax di Meg White ad aggiornare i pezzi per il nuovo secolo.